NOWHERE BUT HERE
Sono anni che, con la mia fondazione, mi prendo cura di questi bambini, ma è la prima volta che trovo il coraggio di vivere davvero con loro. Due settimane trascorse al loro fianco, per condividere giorni e notti, per entrare nelle pieghe della loro quotidianità e seguirne da vicino i destini.
Vivono completamente soli. Senza casa, senza famiglia, senza un posto in cui tornare. Ogni giorno è una battaglia, combattuta nell’incertezza di riuscire a svegliarsi il mattino dopo. La violenza e la paura li accompagnano ovunque: la brutalità della polizia, pronta a picchiarli o arrestarli senza esitazione; le bande rivali, armate di machete, che si contendono il territorio; la fame, costante e insaziabile, che segna ogni momento della loro esistenza.
Per fuggire a queste condizioni, molti si rifugiano nelle droghe: eroina, crack o, quando non ci sono soldi, diluente industriale. Gli effetti sono immediati: in pochi secondi cadono incoscienti. Come ripetono spesso, “la cosa buona del diluente è che fa sparire la fame”—perché lo stomaco si comprime fino a non lasciare più spazio al cibo.
La maggior parte di loro arriva a Nairobi spinta dalla speranza: studiare, trovare un lavoro, guadagnare, tornare a casa con orgoglio. Ma presto quelle aspirazioni si rivelano illusioni irraggiungibili. Per molti, l’unica via rimasta è unirsi a una delle innumerevoli gang di strada e provare a sopravvivere all’interno del gruppo.
Tornare indietro è quasi impossibile. Alcuni sono stati abbandonati da famiglie incapaci di occuparsi di loro; altri sono fuggiti da violenze domestiche, maltrattamenti o abusi. Per tutti, le strade di Nairobi diventano l’unico rifugio. Un rifugio fatto di pericolo, dipendenza e di una lotta quotidiana contro la morte.
E mentre migliaia di bambini vagano per le strade, il governo resta indifferente. Mancano politiche e risorse che potrebbero cambiare il loro destino; il problema viene ignorato, cancellato dalla narrazione ufficiale di un Kenya “moderno” che vuole mostrare al mondo solo progresso e sviluppo. I bambini di strada non sono visti come vite da proteggere, ma come criminali da punire. Al posto dei rifugi, ci sono le retate. Al posto degli assistenti sociali, i manganelli della polizia. Al posto della riabilitazione, l’abbandono.
Il silenzio delle istituzioni è forse la ferita più profonda. Questi bambini non sono soltanto abbandonati dalle famiglie: sono stati abbandonati dal loro stesso Paese. Crescono in un limbo in cui sopravvivere è l’unica legge, condannati a una vita che, per la maggior parte, non andrà mai oltre le stesse strade in cui li ho incontrati.















































